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Doro Tarquinio (el Rosso)

La casa di Doro Tarquinio  Pochissimi alle Cave, credo, conoscono questo signore con il suo vero nome, ma se vi diciamo Rosso, così soprannominato per il colore dei capelli, moltissimi lo riconesceranno.

Da lui ha preso nome la famosa ea vae de Rosso. Era infatti l'affittavolo del famoso appezzamento di terreno, cui Dolfo tasca ha dedicato un delle sue odi ( In strada dee Cave, 'nà volta ghe jera 'nà vae) che ha dato il nome al quartiere. Elio Maccato ci racconta la storia di questo straordinario personaggio:

 

"La settimana scorsa, passando per Via Cave, ho visto che stavano facendo dei lavori sulla casa di Doro Tarquinio. Ho chiesto ai muratori se erano i proprietari, ma mi risposero negativamente. Pochi giorni dopo uno degli operai mi vide ripassare e mi chiese se volevo parlare con il proprietario; mi fermai, lui uscì dalla casa, ci salutammo e mi chiese il motivo per cui volevo vederlo.Cave 1950 - eÓ vae de Rosso

   Lo ringraziai per quello che stavano facendo e gli spiegai il perchè. Quando una vecchia casa viene venduta, di solito questa viene demolita e al suo posto ne viene ricostruita una completamente diversa. Con la vecchia casa demolita spariscono anche tutti i miei ricordi da quando ero bambino ad oggi: ogni vecchia casa qui alle Cave ha dei ricordi per me.

Nel caso invece della casa di Doro la ristrutturazione in corso rispetta l'antica forma dell'edificio.


   Questa casa per me ha più valore delle altre, perchè Doro era un amico, un grande lavoratore e che tutta la sua vita era fatta di lavoro da quando arrivò da Noale negli anni '46-47.
   Il racconto della sua vita sembra una favola. Tredici fratelli, la guerra di Mussolini lo porta in Montenegro a soli 19 anni. Dopo l'8 Settembre lui e pochi altri, per sfuggire ai tedeschi ed al campo di concentramento, con dei vecchi pescherecci attraversano l'Adriatico sbarcando in Puglia, nella parte d'Italia già liberata dagli alleati.

Lui pensava di tornare a casa, ma visto che c'era il fronte, aderì al nuovo esercito italiano e risalì verso il nord combattendo con la Quinta Armata. Subito dopo la liberazione arrivò a casa; da due anni la sua famiglia non aveva notizie di lui, ma il suo ritorno non fu una grande festa, come lui pensava.
   Ottenuto il congedo dovette pensare al lavoro. Le scelte erano diverse: restare con i genitori, andare all'estero, oppure trovare dei lavori che sicuramente non davano la prospettiva di formarsi una famiglia.

EÓ vae de Rosso in inverno

   Il prof. Ferro era il proprietario del terreno che noi chiamavamo ea vae perchè avevano scavato un metro e più di terra per fare un cavalcavia, non so se quello di Chiesanuova o addirittura quello dei Camerini. In autunno, nella stagione delle piogge, la valle si allagava e d'inverno ghiacciava e noi con le slitte e con le scarpe in legno con i chiodi (e sgalmare) si andava a slittare.


   Non so come lui abbia conosciuto questo professore; fatto sta che hanno costruito una casa in trachite con relativa stalla e lui si propose di lavorare questa terra. Ma fu una scelta infelice, quando la valle si allagava si perdeva il raccolto e allora Doro faceva altri lavori. Era un ragazzo che non aveva paura di lavorare. Con lui era venuta ad abitare anche la sorella.  Ha fatto presto ad inserirsi nella nostra comunità per le sue doti. Socievole ed onesto, si prestava sempre ad aiutare chi ne aveva bisogno. Aveva comperato una mucca e costruito una stalla per il maiale. Naturalmante la stalla era in pali di legno tagliati nel suo podere. Si organizzava un pò alla volta e lui andava dalle persone più anziane a farsi consigliare.


   Si diceva fosse molto cattivo, ma il motivo era che non voleva che i ragazzi andassero a giocare dove lui aveva seminato. Ma per i bambini della Cave quello era un parco dove si poteva giocare, non sapevano che le cose erano cambiate e che in quel terreno c'era uno che lavorava e su quella terra doveva vivere. Ma era una terra avara che non avrebbe mai dato da vivere a Doro se lui non avesse fatto altri lavori. Ma intanto lui continuava a lavorare e ci credeva; era nato il primo vitellino.

  La stalla del maiale era finita e doveva andare a comperare il maiale. Non conosceva Padova, non sapeva dov'era il mercato degli animali, ma non chiese niente a nessuno perchè era anche molto orgoglioso: voleva dimostrare che sapeva fare da solo.


   Un giorno partì in bici con un portabagagli attaccato al manubrio e seguendo le rotaie del tram arrivò in Piazza Duomo.Tram in Piazza Duomo Si guardò un pò in giro ma non vide ombra di mercato del bestiame. Chiese ad un vecchio signore dove fosse il mercato. Questi, credendo di essere preso in giro, si mise e ridere, ma vista la buona fede del giovane lo informò che il mercato del bestiame si teneva il sabato in Prato della Valle. Ritornò a casa ed il sabato successivo, dopo essersi informato come arrivare in Prato della Valle, partì in bici, comperò il maialino, lo mise in un sacco dentro ad una cassetta fissata al portapacchi e fece ritorno a casa, ma il ritorno non fu semplice perchè per Doro tutte le strade erano uguali, ma alla fine si ritrovò a casa.
   Mise il maialino nella stalla, ma la bestiola riuscì a scappare quasi subito. Doro si accorse della fuga ed iniziò a ricorrere il maiale per tutti i campi, ma in mezzo al granoturco lo perse di vista.Tornò a casa sconsolato, raccontò la storia alla sorella ed in bici iniziò a percorrere su è giù Via Cave sperando che il maialino uscisse in strada.


  Andò nelle famiglie che conosceva, da Giannino Magro, da Galeazzo a raccontare la storia. Verso sera il maialino, con non pesava 15 kg (i maialini di quel peso si chiamavano CUMINI, poi quando arrivavano a 18-20 kg si chiamavano CORDOROLI) trovò una casa e si infilò in cucina. Era la casa di Cesare Tiso, una persona anziana molto simpatica e di grande esperienza. Sentì grugnire sotto la tavola, si chinò e vide il maialino di Doro. La voce si sparse subito e Tarquinio andò a riprendersi il maiale e lo rimise nella stalla che era stata adeguatamente rinforzata. Ma il maiale cresceva ed una giorno riuscì a trascinare la stalla davanti alla porta di casa di Tarquinio; fu quella l'ultima avventura del maiale di Doro prima di fnire insaccato.


   Il tempo passava, Tarquinio aveva piantato la vite, faceva l'orto, aveva capito dove poteva seminare, in stalla aveva tre mucche, oramai si era sistemato. Ma la sua vita cambiò quando il Comune di Padova, nel 1960, decise di costruire su quella terra il quartiere delle case dell' Ente Autonomo e l'ing. Marcolin, dove oggi c'è il deposito di materiale edile GiElle, costruì una fabbrica di laterizi (ea fabrica dee matonee).
    Doro trovò impiego come muratore con la Ditta che stava costruendo il quartiere e la sua vita ebbe un'altra svolta quando sposò la Lina Pregnolato, anche lei grande lavoratrice. Faceva la fruttivendola e con cavallo e carretto, alle quattro del mattino, partiva per il mercato e poi faceva il giro per Via Goito ed il quartiere di Via Siracusa. Più tardi aprì un negozio di mercerie che tenne aperto fino agli anni '80.  
  Negli ultimi anni Doro lavorò come muratore con i fratelli che avevano un'impresa edile (e forse ce l'hanno ancora). Un male incurabile stroncò la sua forte fibra a soli 50 anni.

   La storia di questa persona, che andrebbe approfondita con molti altri particolari, dovrebbe essere di esempio a tanta gioventù di oggi: la dignità di queste persone povere, la loro cultura contadina orgogliosa delle tradizioni e del duro lavoro dei campi.
    Per me, Doro Tarquinio, oltre che ad essere stato un amico, è stato un esempio di vita; più passano gli anni, più mi convinco che avremmo bisogno di tanti di questi uomini, ma che l'odierna società non è più in grado di formarne altri.

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